essere mammaI fattori di rischio noti e le avvisaglie già durante la gravidanza non vanno sottovalutati
Rispetto al baby blues la depressione post partum ha una durata maggiore con conseguenze diverse per il benessere del bimbo e per la salute e della mamma che stenta a ritrovare la sua serenità
Qualche giorno dopo il parto può capitare che la contentezza iniziale di essere mamma si trasformi a tratti in una sorta di insoddisfazione fino ad arrivare a non sentirsi adeguata per questo nuovo ruolo.
L’assenza di interesse per il bimbo appena nato fa salire il senso di colpa alle stelle.
Momenti di tristezza o angoscia si alternano a crisi di pianto, cala l’appetito e si dorme male.
Sono i sintomi del baby blues, espressione inglese che si traduce in “bimbo triste” anche se è la mamma a non sentirsi felice.
Subito dopo il parto i momenti di instabilità emotiva sono considerati normali se episodici  e se si risolvono nel giro di due settimane.
Oltre tale periodo o se si verificano di frequente nell’arco della giornata è bene chiedere aiuto per non incappare in una vera e propria depressione post partum che può durare diversi mesi.
Le adolescenti sono più a rischio di avere una depressione post partum rispetto alle madri adulte non tanto per l’età anagrafica quanto per il livello di maturità psichica.
Cosa cambia?
Il vissuto della gravidanza, la preoccupazione del benessere fetale prima e neonatale dopo, l’esperienza del parto, l’allattamento al seno materno anche nelle ore notturne e non da ultimo gli strilli di un neonato che fa sentire la sua presenza, sono tutte situazioni potenzialmente pericolose per l’equilibrio psicoemotivo.
Dopo il parto la fluttuazione ormonale gioca un suo ruolo sullo stato d’animo.
I cambiamenti del corpo e dell’immagine di sé accettati già a fatica in gravidanza diventano intollerabili se prevale la paura che non si tornerà più le stesse.
Chi è abituata a fare attività sportiva vive meno queste ansie rispetto a chi è più pigra e sedentaria.
Anche la mancanza di una vita  sessuale, sconsigliata fino a 30/40 giorni  dopo il parto, aumenta le paure di non ritrovare il feeling con il partner e il piacere della sessualità.
Appoggio, amore e comprensione da parte del partner aiutano la donna a sentirsi desiderata e a ritrovare tranquillità e serenità necessarie per il nuovo compito.
I padri a loro volta non sono esenti da rischi depressivi. Non sempre i neopapà riescono a vivere l’esperienza della paternità con serenità ed equilibrio. Anche loro possono sentirsi disorientati e non sapere cosa fare.
Spesso si sentono estranei nel nuovo menage di coppia e vivono una sorta di senso di abbandono da parte della donna che pone il bimbo al centro dell’attenzione.
Lavoro precario e problemi emotivo-finanziari possono aumentare il rischio che anche il papà soffra di depressione post partum.
Convivere con una donna che soffre di depressione aumenta di sei volte il rischio per il padre e se il bambino ha bisogno di assistenza sanitaria di circa due volte.
La paura e la vergogna di ammettere questo  stato d’animo contribuisce a ritardare la  risoluzione del baby blues e aumentare il  rischio di depressione post partum. Se nelle prime due settimane dal parto la donna non riesce a smaltire la fatica e  avverte strani segnali di malumore e di  tristezza è fondamentale chiedere aiuto in primis a chi le sta intorno.
Se i sintomi persistono e nei casi di depressione lieve-moderata l’approccio psicologico è il più efficace. Quando la donna rifiuta la psicoterapia o questa non risolve e se in precedenza ha già avuto episodi ansioso-depressivi è bene far ricorso ai farmaci. Molti psicofarmaci sono compatibili con l’allattamento al seno.