educazione bambinoPsicoterapia per l’infanzia, istruzioni per l’uso
”È solo un bambino”, ”cosa vuoi che capisca”, ”crescendo capirà che sbaglia”, ”col tempo passerà”.

Queste sono alcuni dei pensieri di un genitore, di fronte al disagio emotivo del proprio bambino.
Spesso sono le maestre le prime a segnalare che c’è qualcosa che non va: eccessiva timidezza o aggressività, incapacità di relazionarsi con altri bambini, mancata comprensione delle regole a scuola.
Oppure sono gli stessi genitori a notare comportamenti problematici: il piccolo fa ancora la pipì a letto anche se è già grande, quando mangia ha comportamenti che rendono il pasto un problema, oppure ancora, si mostra eccessivamente timido nell’andare a giocare con i coetanei.
L’idea che il proprio bambino sia in difficoltà emotivo/relazionale è accompagnata da un senso di profondo disagio. Cerchiamo di sfatare alcuni tra i più comuni pregiudizi in merito alla psicoterapia rivolta all’infanzia.
1. Non sempre il percorso di sostegno psicologico rivolto a un bambino deve essere di lunga durata: spesso è possibile programmare 3 – 4 sedute iniziali, al fine di compiere una diagnosi più approfondita e capire meglio da dove ha origine il disagio manifestato dal piccolo. Tale fase può terminare nella semplice restituzione in merito a quanto emerso,  con la consulenza ai genitori su come aiutare il piccolo nel delicato momento che sta attraversando.
2. Lo psicologo che si occupa di disagio nell’infanzia usa una strumentazione e delle tecniche specifiche per il trattamento psicologico dei bambini, che vanno dal disegno all’uso di giocattoli, alla narrazione di storie.
Per i bambini il gioco è un’attività essenziale, per mezzo della quale il piccolo riesce a rappresentare la realtà vissuta e le relazioni sperimentate: il gioco è un modo per esprimere il proprio disagio, la propria sofferenza e le spiegazioni che il bambino si è dato agli eventi sperimentati.
Lo psicologo che si occupa di disagio infantile userà, per comprendere e trattare tali problematiche, una serie di giochi e attività che aiutino il bambino a manifestare e ad elaborare le proprie difficoltà.
3. Nel trattamento dei disturbi infantili è essenziale il coinvolgimento dei genitori e della famiglia. In moltissimi casi il disagio manifestato
da un bambino è solo ”la punta dell’iceberg”, l’espressione di un disagio più profondo, che coinvolge altri membri del nucleo familiare.
Per comprenderlo, almeno nella prima fase di diagnosi e consultazione, è essenziale che lo psicologo compia un’indagine anche sulla famiglia in cui il bambino vive, sulle modalità educative usate, sui rapporti che il bambino intrattiene con ciascun membro della famiglia.
Su tutto, la riflessione più importante che può essere fatta è questa: troppo spesso lo psicologo è visto come il medico ”che cura i matti” e davvero un bambino è troppo piccolo per portare su di sé un’etichetta così pesante.
Questa prospettiva può tuttavia essere cambiata, osservando il problema da un altro punto di vista: non concentrandosi cioè sul disagio del piccolo, ma sui suoi punti di forza.
Ciascuno di noi ha in sé tutte le risorse utili per superare i momenti di disagio e di difficoltà, i quali sono il naturale esito di situazioni presenti o di difficoltà sperimentate nell’infanzia.
Lo scopo della psicoterapia infantile è proprio questo: non più prendersi cura di un bambino ”rovinato”, bensì creare le condizioni per rimuovere gli ostacoli relazionali ed emotivi,  affinché il bambino e la sua famiglia esprimano al meglio tutte le proprie potenzialità.