educazione bambinoL’antidoto contro la prepotenza educativa
L’isola della pedagogia non violenta c’è.
Il percorso è accidentato e non ci sono mappe. Ma l’isola c’è e dobbiamo scovarla.

L’educazione inizia dalla culla e già nel limbico grembo materno, apparentemente incolume  da malesseri e fastidi esterni, si avvia  l’imprinting formativo.
I modelli trasmessi dalla cultura di appartenenza influenzano il modo di agire e di pensare dei futuri genitori e di tutti coloro che ruotano attorno al mondo del nascituro.
Si generano molteplici aspettative che si riversano sin dai primi attimi di vita sul piccolo che, una volta mossi i primi passi  ed essere inciampato nella realtà delle cose,  si trova costretto a una continua ricerca di equilibrio tra le tradizioni generazionali e l’originalità personale.

Questa impasse rappresenta da un lato uno stimolo alla crescita e allo sviluppo di nuove risorse, dall’altro costringe l’individuo  a incanalarsi in percorsi già abbozzati da qualcun altro.
Le speranze nascono quindi già al momento  della fecondazione e il bambino dovrà farci  i conti per sempre.
Queste predizioni malefiche purtroppo hanno  la tendenza col tempo a creare stati  ansiogeni non facilmente attribuibili alle  colpe dei genitori cosicché nei fantasmi  parentali prendono vita molti disturbi psicologici.

È importante del resto comprendere che i bambini non sono adulti in miniatura da modellare secondo attese e desideri altrui, ma persone portatrici di esperienze, seppure  limitate, di sogni e soprattutto di sentimenti da comprendere e rispettare.
Per i piccoli è fondamentale esperire le emozioni,  poterle riconoscere e accettare altresì sapere  di crescere in un ambiente accogliente e  tollerante.
Infatti gioca un ruolo primario il clima emotivo che si assapora in famiglia; se l’educazione genitoriale è troppo intransigente e dissenziente potrebbe avviarsi una pedagogia che, giorno dopo giorno e norma dopo norma, si tinge di nero.
Un adulto che è stato un bambino “inascoltato”  rischia di reiterare il comportamento che i propri genitori hanno avuto con lui.
Come dice Bruno Bettelheim l’arte di vivere  buoni rapporti con se stessi e con gli altri “può essere acquisita vivendo in un ambiente  umano stabile e soddisfacente dal punto di vista affettivo.
Se troppe famiglie non lo assicurano più, viene  a crearsi un circolo vizioso, non essendo più gli adulti in grado di trasmettere ai propri figli ciò che neanche loro hanno imparato”.
Nonostante ciò non tutto è perduto.
Coloro che, una volta diventati grandi, sono in grado di prendersi cura di sé, di riappropriarsi della propria soggettività e di ascoltare  i bisogni precedentemente soffocati, possono  fare grandi cose.

La sfera intima dell’adulto è una miniera  ricca di materiali grezzi ma preziosi. È faticoso portare alla luce questi elementi sepolti, ma è proprio da qui che si deve partire.
Diventare grandi è difficile per tutti: la crescita è un percorso fatto di conquiste e fallimenti, di salite e di discese, di vittorie e sconfitte.
Ognuno di noi si trova ad affrontare diverse  sfide; i genitori, così come educatori e  insegnanti, se ne trovano di fronte una  ardua ovvero quella di educare.
Educare non significa semplicemente imporre  delle regole o insegnare qualcosa, ma fare lo sforzo di sintonizzarsi sulle frequenze emotive del bambino dando voce e risposta ai suoi bisogni.
Come vincere questa sfida?  Ascoltiamo e condividiamo emozioni e bisogni  (nostri e altrui) ma soprattutto ricordiamoci che bambini lo siamo stati anche noi.