sport calcio bambinoCome capire qual è lo sport giusto per i nostri figli
Le prime esperienze motorie devono essere cadenzate: ad ogni età c’è un limite ed è importante rispettare tutte le tappe.

Gli studiosi hanno individuato quattro momenti fondamentali:
da 0 a 3 mesi (del corpo subito)
da 3 mesi a 3 anni (del corpo vissuto)
da 3 a 6 anni (del corpo percepito)
e infine da 6 a 12 (del corpo rappresentato)

Se lo sport asseconda queste tappe evolutive i suoi effetti sono sempre fisiologici e il bambino cresce sano sviluppando al massimo le sue potenzialità psico- fisiche.
Al contrario un’attività sportiva scriteriata (discipline non idonee, eccessiva frequenza ed intensità degli allenamenti, spinta competitiva calibrata male), può avere conseguenze negative.
L’agonismo funziona, sui rischi da sport, come una lente di ingrandimento: li amplifica.
Tra i tre e i sei anni di età il sistema motorio che controlla i movimenti volontari (sistema piramidale) completa la sua maturazione.
Si parla di fase del “corpo percepito”: migliora lo schema corporeo del bambino che diventa in grado di praticare un gran numero di esercizi.
Il nuoto e il calcio sono alcune tra le discipline più adatte per avvicinare i futuri atleti allo sport.
Il contatto con gli elementi dell’attività preferita (l’acqua, il pallone) deve avvenire sotto forma di gioco e in maniera graduale.
La familiarità con la piscina deve essere acquisita in acque sicure (dove si tocca) e possibilmente in compagnia dei coetanei.
Il tradizionale “battesimo dell’acqua” lanciando i bambini dove non si tocca, confidando nel loro innato spirito di conservazione, è fortunatamente sorpassato.
Qualsiasi forma di competizione in questa prima fascia di età deve essere evitata.
Il calcio è forse insieme al nuoto lo sport più fisiologico per i piccoli atleti, quello che meglio cattura la loro attenzione, che permette con maggiore facilità di passare dal gioco allo sport.
Anche il metabolismo energetico favorisce il bambino in questa disciplina: lasciato giocare liberamente con i coetanei è capace di scatti rapidi, che esauriscono rapidamente le sue energie, ma dopo pochi istanti è pronto a riprendere il gioco.
Nessun timore invece per i traumi: sebbene si tratti di uno sport di contatto (che prevede urti tra giocatori), il modesto peso corporeo dei piccoli atleti, la flessibilità di ossa ed articolazioni, annullano, nella maggioranza dei casi, l’effetto di cadute e contrasti con gli altri giocatori.
A sei anni la competizione è un fatto istintivo, nel gioco come nello sport, e deve essere assecondata dagli adulti.
Ben altra cosa è l’agonismo che può essere iniziato preferibilmente dopo i dodici anni, perché al di sotto di quell’età i bambini non sono in genere, in grado di ammortizzare lo stress e le sollecitazioni che una gara comporta.
Nulla osta invece per corsi con esame finale, piccoli tornei e staffette.
Meglio se i campioncini giocano in squadra: lo stress emotivo di un incontro viene in questo modo frazionato e assorbito dalla collettività e meno dal singolo bambino.
Grandi possibilità di scelta si offrono ai neosportivi di questa età: la familiarità acquisita in precedenza con gli elementi base, acqua e palla, permette di praticare un gran numero di sport.
Tutte le discipline acquatiche sono consentite: nuoto, nuoto sincronizzato, pallanuoto, tuffi, vela, sci d’acqua.
E tutti gli sport con la palla: pallavolo, pallacanestro, palla a mano e dopo i dieci anni sport di “contrasto” come hockey, rugby, baseball e ancora lotta e arti marziali.
Sport di destrezza come l’equitazione possono essere già praticati a partire dai sei anni, sui ponies, e a otto-nove anni sui cavalli.
Questo tipo di disciplina è tra l’altro indicata come utile complemento alle terapie di recupero psico-motorio per i bambini diversamente abili.
A dodici anni il bambino può essere considerato a tutti gli effetti un atleta completo che ha raggiunto il massimo della precisione e coordinazione dei movimenti.
L’adolescente è infatti in grado di anticipare l’azione immaginandola, capacità determinata dalla completa maturazione nel cervello dell’organizzazione degli schemi motori.
La possibilità di spingere l’acceleratore sulle prestazioni sportive, può in questa fase, creare ai giovani sportivi i primi problemi, soprattutto ortopedici.