Le regole in famiglia

Il bambino piccolo vive una relazione di forte dipendenza non solo materiale, ma anche affettiva dagli adulti di riferimento.
Per rompere questa dipendenza e affermare la sua identità, gli è necessario sottolineare la sua differenza, opponendosi ai genitori.
Dapprima lo fa con un’opposizione aggressiva che si manifesta in genere verso i due anni; è questo il periodo classico del “no” e del “non voglio”. A questo punto il bambino comincia anche ad utilizzare il pronome “io”. La fase di opposizione e la fase del “no” sono solo la prima tappa. In effetti quest’apparente conquista dell’autonomia non è che un’illusione, il bambino resta dipendente dal desiderio dell’adulto, non più per conformarsi, ma per opporsi.

Esattamente come gli adulti, anche i bambini riescono ad ascoltare e rispettare le decisioni che hanno un senso ed una loro coerenza interna. Questo presuppone, innanzitutto, che i genitori abbiano ben chiaro su quali valori vogliono fondare la loro famiglia e quali siano le regole fondamentali.
I bambini inizialmente accettano i limiti perché rispettano la persona che li pone e, proprio per questa ragione, fare costantemente riferimento alle conseguenze/punizioni, in caso di non obbedienza, è negativo. Il messaggio che arriva al bambino è: “vediamo se rispetti le conseguenze più di me” e ciò è estremamente negativo per una buona relazione.
Altro elemento fondamentale nell’educazione alle regole, è fare riferimento ad un comportamento come sbagliato e non al bambino, usando espressioni come cattivo/monello e così via. Il piccolo, infatti, non riesce sempre ad avere chiara la differenza tra sé e quello che fa e quindi può interpretare il rimprovero come una rottura del legame. L’educazione alla regola insomma richiede tempo ed un linguaggio comprensibile e rispettoso.

Il bambino è capace di rispettare una regola in presenza di alcune condizioni:
• è all’interno di una relazione sicura;
• non viola il bisogno di essere riconosciuto nel proprio valore;
• è comprensibile ed adeguata al suo livello di sviluppo.

Ogni educatore e genitore deve essere pienamente consapevole che nella relazione educativa vi è un’importante componente di potere, sia per quanto riguarda lui che il bambino.
Il potere ha a che fare con la possibilità di esprimere ed esercitare una volontà sia nei confronti di se stessi, sia nei confronti del proprio ambiente sociale. Significa assumersi la responsabilità di scegliere, di decidere, di accettare o di rifiutare, di dire di sì o no.

Il bisogno di potere, quindi, non può essere disatteso, così come non possono essere trascurati altri fondamentali bisogni umani, senza compromettere seriamente la salute stessa degli individui e della società. Non avere potere, infatti, significa sentirsi impotenti, incapaci, senza speranza, alienati e in balia di altri. Tutte percezioni e sensazioni che richiamano il malessere e il disagio.
L’adulto deve esercitare correttamente il potere per permettere all’altro di sviluppare la propria autonomia (capacità di darsi una regola). Alcuni genitori però temono i conflitti e li evitano; altri si propongono di trasformare la famiglia in un paradiso dove sono off limits i sentimenti giudicati come negativi… Il problema è in entrambi i casi citati: gli adulti delegano la loro stabilità e il loro star bene ai bambini e quindi non riescono ad affrontare la contrarietà del figlio. In realtà la capacità di tenere conto delle proprie esigenze (valori, limiti, responsabilità) senza dimenticare il figlio e i suoi bisogni, caratterizza un buon ruolo di guida, dona sicurezza ai bambini e garantisce una relazione efficace.

In definitiva, dobbiamo darci il permesso di dare le regole (siamo responsabili, adulti e il mondo è fatto di regole) ed è importante comunicare chiaramente assumendoci la nostra responsabilità e dando significato a quello che diciamo. Infine, ricordiamo che è normale che il bambino sia frustrato quando gli si dice no.
Lasciamogli il permesso di vivere la frustrazione senza immischiarci, dicendo frasi del tipo “non ti devi arrabbiare/non fare quella faccia” oppure cercando subito di consolarlo abbracciandolo, promettendogli regali e così via.