a cura dell’Associazione Culturale Pediatri

I minori con disturbo funzionale su base psico-relazionale sono in aumento e troppo spesso non guariscono.

Circa il 10% dei bambini nella fascia da 0 a 14 anni portati in ambulatorio o al pronto soccorso soffre di un disagio emotivo e relazionale mascherato con sintomi fisici. Per i pediatri il fenomeno è in forte aumento, tanto da essere diventato ormai una vera emergenza. Sono bambini con mal di pancia o mal di testa, talmente invalidanti da rendere difficile o impossibile la frequenza della scuola o degli amici, ma rientranti nel campo dei cosiddetti disturbi funzionali o malattie psicosomatiche.

Un problema serio, perché numerose evidenze indicano come un disturbo funzionale su base psico-relazionale abbia implicazioni significativamente più gravi e limitanti rispetto a una malattia organica.

«Il primo problema è che la prognosi a distanza può non essere buona: circa un terzo di questi bambini rischia di evolvere verso problemi psichiatrici ancora più importanti nel corso della sua vita, senza avere avuto un concreto sostegno dal pediatra e dai servizi», spiega Chiara Guidoni, pediatra e presidentessa ACPO (Associazione Culturale Pediatri dell’Ovest).

Troppi bimbi ne soffrono, troppi pochi guariscono
«Questa elevata percentuale di insuccessi – continua Guidoni – non sarebbe mai tollerata per le malattie organiche più complesse e gravi, si tratti di una leucemia, di un altro tumore o di una malattia infiammatoria cronica intestinale. È tempo che la malattia di origine psicologica guadagni il rispetto che merita e veda in campo le forze necessarie a contrastarla».

Chi si deve occupare del problema?
Questi disturbi necessitano di una individuazione il più possibile tempestiva per sperare in un esito favorevole, di un’osservazione vigile anche per quanto riguarda la presa in carico e il trattamento riabilitativo. Oltre al sospetto precoce da parte dei pediatri a una diagnostica differenziale ben impostata, e al loro intervento nell’accogliere e ascoltare il bambino, sarebbe utile la costituzione di una rete di servizi di supporto al bimbo e alla famiglia di cui devono far parte neuropsichiatri infantili, pediatri ospedalieri, psicologi dell’età evolutiva pedagogisti ed educatori. A fronte di un significativo aumento della patologia, gli esistenti e frammisti servizi attualmente disponibili – purtroppo spesso poco fruiti anche perché poco conosciuti – soffrono di una riduzione di organico, con conseguente allungamento dei tempi di attesa e una carente offerta di trattamenti adeguati.

Imprescindibile programmare il futuro
Acp, Fimp, Cipe e l’Ordine dei Medici di Torino chiedono dunque una migliore programmazione dei Servizi, che tenga in considerazione il problema. «Siamo consapevoli che il nostro mestiere di pediatri sta cambiando e che siamo inadeguati e spesso troppo soli a far fronte a questa vera e propria epidemia», conclude Guidoni.

Serve formazione
La difficoltà nella diagnosi sottolinea la necessità di formazione e aggiornamento. Formazione che dovrà per forza essere multidisciplinare: orientata alla corretta rilevazione del sospetto diagnostico e alla definizione delle diagnosi di esclusione. La formazione comprende anche lo sviluppo della giusta sensibilità nelle comunicazioni con la famiglia e in particolare con il bambino.

Serve fare rete
Le criticità nell’organizzazione e nel funzionamento della rete si rilevano soprattutto nel coordinare la rilevazione di casi, nella presa in carico dal pediatra di famiglia, nelle risposte ai soggetti che necessitano di altri supporti (es. NPI), nella prevenzione (investimento precoce) e anche nella ricerca. Non esiste infatti al momento una esatta conoscenza dei numeri dell’epidemiologia, e non solo di questa. Sarebbe infine molto utile istituire un gruppo di lavoro per affrontare questi problemi in multidisciplinarità, con tutte le voci che hanno partecipato a questo lavoro o non lo hanno ancora fatto ma hanno forti potenzialità nei contributi che potranno dare.